Fuochi di bivacco. Alfredo Oriani

Fuochi di bivacco - Alfredo Oriani


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ONUS

       UNA VISITA

       INUTILITÀ

       IX ULTIMA CARICA

       FIT VIA VI

       SOLE LEVANTE

       SATIRA EPICA

       LEX IMPERORUM

       JANUA MORTIS

       SULLA CHINA

       L'ULTIMO CZAR

       LA TERZA PROVA

       L'ULTIMO

       X VERITÀ NAZIONALE

       VERITÀ NAZIONALE

       L'APPELLO

       Indice

      Per me non suonerà più sulle alture; nè lo vorrei.

      Adesso scrivo sotto una pioggia, che batte ai vetri della finestra e finisce di sterminare sulle viti gli ultimi grappoli. Questo autunno è lacrimoso: una tristezza è colata con le nebbie dai monti oscurando le valli, i canti della vendemmia non hanno potuto salire sino ai castagneti rispondendo agli stornelli dei montanari, che abbacchiano i marroni: il fango sgocciola dai campi alti sulle strade, che le sonagliere dei cavalli battono malinconicamente.

      Quassù la terra e la gente si preparano alla solitudine dell'inverno.

      Il vino freme nelle botti, il lavoro si allenta nelle ultime giornate, cacciatori e trovatori di tartufi corrono egualmente i colli dietro l'orme di un cane magro e di una speranza più magra ancora. Poi la neve cadrà, lenta, bianca, assidua: un candore uguaglierà le fisonomie della valle coprendone le miserie, mentre i passeri affamati pigoleranno intorno alle case, e sul paese quasi sepolto si aggreveranno lungamente giorni torbidi e notti scure.

      Diana del mattino, fanfara della primavera, quando suonerete ancora?

      Perchè ho messo questo nome dinanzi a questo libro composto di articoli scritti come sopra un tamburo, in una vigilia di battaglia, senza che la guerra, che urge da ogni lato, abbia avuto ancora sonorità di epopea e fulgori sanguigni di tragedia? Non lo so: forse è stata una di quelle parole, che improvvisamente deste ci echeggiano nel fondo della nostra memoria: forse un baleno d'immagine bianca e pura come una statua antica; forse una nota inaspettata, quasi di appello lontano nei cieli dell'idea, dai quali ci giungono tratto tratto i richiami paurosi del mistero.

      La diana del mattino non muta: lo squillo della sua tromba, dorata dai primi raggi del sole, ha sempre le stesse vibrazioni, che ridestano l'anima delle cose; la sua bandiera trema rigata di porpora, o grigia dentro un velo di nubi ondula appena all'orizzonte tra pallori di perla, ma vivido o torbido il giorno ricomincia egualmente al suo squillo e al suo palpito.

      Diana del mattino, fanfara della primavera, vi ho sentito anche stamane dopo una notte insonne battere ai vetri della mia finestra. La campagna invecchiata rapidamente nelle ultime fecondità dell'autunno aveva uno squallore più cupo: qualche foglia si abbassava dai gelsi con volo spossato sul pantano della strada, due passeri ciarlavano ancora sulla punta più alta della siepe presso l'olmo della Madonnina, poi si sono separati frettolosamente quasi in un grido.

      Ho visto passare un vecchio prete curvo sotto un ombrello bucato, dal quale l'acqua gli sgocciolava sulla falda rossigna del soprabito, mentre la campana di Valsenio suonava quasi lietamente a morto.

      Questa volta era per un ricco contadino, pel quale gli eredi pagano le messe tre franchi, e don Giovanni ha quattro nipoti da mantenere. Povero vecchio! guai se il Vangelo si sarà ingannato assicurando ai poveri il regno di Dio.

      Il suo pensiero è semplice come la sua vita, la sua fede così sicura, che ignora persino i dubbi degli altri: per lui gli increduli non sono che dei viziosi, i quali hanno bisogno d'ingannare sè stessi e gli altri: quindi dicono di non credere.

      Non legge giornali.

      — A che pro? Nessuno dice la verità, e il mondo non cambia. Quid est veritas? — mi domandò un giorno. — Forse quella che i giornali non dicono e nessuno di noi saprebbe dire. Lei è un grande scrittore: e poi? potrebbe dire in un giornale ciò che pensa, ciò che vuole?

      — No!

      Il vecchio prete lo sapeva anche lui.

      Il morto secolo decimonono è entrato nella storia come un gran signore annunziato da molti titoli: e lo chiameranno dalle scienze, dalle nazionalità, dalle ferrovie, dai giornali: quest'ultimo sarà forse il più espressivo. Prima non v'era che il libro, monumento cui la gente guardava da lungi senza intenderlo, ma al quale pochi sapevano accostarsi: il libro come il monumento essendo l'opera di un uomo esprimeva dalla sua personalità quella più profonda ed inconsapevole del popolo: c'era quasi voluta una vita intera a produrlo nel sogno tragico della immortalità. Invece il giornale è di tutti, per tutti: come un'orchestra, della quale spesso il direttore non saprebbe suonare alcun istrumento, accoglie suonatori di ogni grado e di ogni classe: i solisti del grande articolo e gli anonimi battitori delle notizie: la sua vita è uno sforzo prodigioso di ogni giorno, la sua forza cresce dalla continuità della ripetizione: è impersonale e partigiano, anonimo e sfolgorante di grandi nomi, difende idee e serve ad interessi, ha una morale pubblica, che gli consente ogni bassezza della vita privata, è diventato un bisogno di tutti, anche di coloro che non lo leggono ma vogliono poter dire: il giornale c'è. Nell'arte, nella scienza, nell'industria, nella filosofia, nella politica, il giornale circola: è come la ferrovia delle idee e delle passioni; non si arriva quasi mai alla potenza che passandogli attraverso; è un crogiuolo che affina e un vaso che corrompe.

      Nessun grande scrittore potè negli ultimi cinquant'anni sottrarsi al giornale; tutti coloro, invece, che non lo sono e si fanno della chiacchiera un mestiere, della parola un'arma e vendono sè stessi per comprare cose anche di più infimo valore, e servono il pubblico come gli antichi schiavi servivano gli antichi despoti, vi lavorano a vivere, a manipolare menzogne e verità, a segnalare tutto ciò che sorge, a nascondere spesso ciò che brilla, ad essere indispensabili come l'aria e come il vizio, ad ingannare tutti nella necessità della guerra di tutti contro tutti.

      Oggi il giornale è un grande affare: occorrono capitali enormi a fondarlo, e nessun apostolato potrebbe o vorrebbe fornirli. Una stamperia capace d'improvvisare centinaia di migliaia di copie in poche ore deve servirlo, giacchè la potenza della sua notizia è soltanto nella sua freschezza: arrivare in piazza cinque minuti dopo significa non arrivarvi. Ma le notizie costano: bisogna andarle a cercare e saperle trasmettere: il giornale adesso non vive che di notizie: su cento lettori cinque appena ricercheranno l'articolo, ma la forza di un giornale è tutta nella sua diffusione, e in Italia il prezzo è immutabilmente fissato a un soldo.

      Bisogna quindi salire


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