La donna fiorentina del buon tempo antico. Isidoro Del Lungo
Almieri, della quale il suddetto Stenterello è pur diventato non so se dissotterratore o che altro. I suoi personaggi la plebe, una volta attiratili a sè, li avvolge nelle spire di simpatie secolari, che si modificano, si trasformano, ma morire del tutto, non muoiono mai.
E un altro amore tradizionale del popolo fiorentino è, pure in questa età del Comune democratico, monna Tessa, la virtuosa fantesca di Folco Portinari, che per consiglio e cominciamento principalmente di lei si vorrebbe avesse fondato lo spedale di Santa Maria Nuova.[102] Al popolo, che vede scolpita in marmo la imagine della caritatevole donna sul limitare della grande casa, ospitale alle sue infermità e alle sue miserie, vano sarebbe, se già non fosse una pedanteria crudele, ammonirlo che la tradizione di monna Tessa, attestata sotto quel marmo da una iscrizione del secolo XVII, è tanto dubitabile quanto è, a ogni modo, evidente che cotesto mezzo rilievo, posteriore almeno di un secolo ai tempi ne' quali ella sarebbe vissuta, e che anticamente era collocato in una delle cappelle della chiesa, non è se non la effigie o d'una benefattrice del luogo pio, o d'una delle oblate addette ad esso. La tradizione poi, è molto probabile che avesse occasione od appiglio da una iscrizion del Trecento, che scolpita in rozzi caratteri gotici era sulla mensa dell'altare di quella medesima cappella, e vi rimase almeno fino al 1647, e dove si raccomandava l'anima d'una monna Tessa, moglie di Tura bastaio, la quale aveva fatto costruire cotesto altare.[103] Oltre a ciò, riescirebbe malagevole attribuire tanta potenza di effetti all'opera d'una femminella di condizione servile, in tempi ne' quali tale condizione rimaneva tuttavia molto prossima alla schiavitù; e schiave infatti le chiamavano, e dall'Oriente ne condussero e tennero effettivamente di tali.[104] Ma non è egli bello che il popolo lasci tutto questo, ed altro ancora, alla nostra saccenteria, e si tenga per sè la imagine cara della sua monna Tessa, fantesca poveretta; e di questa umile donna che sarebbe uscita da lui, esperta del suo patire, passata nel mondo fra i medesimi dolori, faccia egli a sè come l'angelo consolatore di questi dolori, la confortatrice di quei patimenti? Certo, io credo, non sarebbe mai una donna, per dottissima ch'ella fosse, che aspirerebbe alla gloria di combattere l'autenticità di monna Tessa. Più facile invece, che qualche rappresentatrice ingegnosa di quel vero, il quale, fuor d'ogni contingenza di persone e di tempi, è suggello perpetuo dell'essere umano, la ritragga nelle case dei Portinari, tutta intesa alle faccende domestiche, abbellire di carità la vita rassegnata e paziente, e disporre al soccorso dei poveri l'animo del ricchissimo messer Folco e della moglie sua madonna Cilia de' Caponsacchi: e pargoletta sulle ginocchia della povera serva, la loro figliuola, la predestinata Beatrice.
Nel nome di Beatrice, le realtà della storia e le fantasie della leggenda si congiungono con le idealità superbe a cui l'arte del bello solleva la manifestazione del bello più eletta fra le create, la donna. Ed io tocco i limiti che ho assegnati alla mia lettura. Non potrei lasciarvi con nome di donna fiorentina che suoni più alto e più soave. Da nessun'altra delle tombe della vecchia Firenze, alle quali abbiamo richiesta la donna del nostro antico glorioso Comune, da nessuna la donna fiorentina si solleva irraggiata di tanto splendore. E se, come di Folco,[105] fosse a noi rimasta la tomba di Beatrice Portinari, c'inchineremmo su quella forse con non minor reverenza che sul sepolcro dell'esule amante in Ravenna.
VII.
Il più solenne monumento della democrazia fiorentina, Santa Maria del Fiore, ha distese le braccia immense su molte di quelle tombe de' secoli XIII e XIV, con altre insieme più antiche, fin da quando le basi poste alle navate di Arnolfo e del Talenti, alla mole aerea di Giotto, alle tribune su cui poi voltò la cupola il Brunelleschi, coprirono l'antichissimo cimitero di Santa Reparata; esultanti, è da credere, le anime de' sepolti, che le loro lapide sparissero e le ossa si confondessero nelle fondamenta del tempio che a Dio inalzavano i forti loro figliuoli. Un prezioso Obituario[106] ci ha conservato i nomi dei sepolti e nell'antico cimitero e poi presso alla nuova chiesa: e su quelle pergamene, ingiallite dai secoli, leggendo i nomi, nella pace della morte congiunti, di Uberti e Buondelmonti, Lamberti e Adimari, Cavalcanti (e vi è Guido il poeta) e Donati, Abati e Brunelleschi; dei combattenti a Montaperti (e vi è Farinata magnanimo), e dei giustiziati dai Guelfi Neri, e degli uccisi nelle zuffe cittadine; e poi nomi di artisti, specialmente di addetti ai lavori della chiesa, e nomi di loro donne, primo Arnolfo e madonna Perfetta la madre sua, invidiabile madre per tale figliuolo e per tal sepoltura;[107] e poi anche i nomi di tanti ignoti che pur fanno, anzi fanno perchè ignoti, fantasticare la mente; siam tratti a ripensare e meditare tutta la storia d'un'età che ci è sopravvissuta ne' mirabili monumenti del suo pensiero e del cuor suo. E i nomi tanti di donne, molti de' quali al nostro orecchio novissimi, per esempio (e taluni hanno del longobardico) Bellantese, Bellamprato, Bellatedesca, Berricevuta, Ringraziata, Dolcedonna, Altadonna, Donnetta, Buona, Moltobuona, Dibene, Piubbella, Rimbellita, Belcolore, Macchiettina, Vezzosa, Ruvinosa, Leggiera; altri di storica ricordanza, sia pe' loro casati, sia per sè medesimi come le molte Tesse e Contesse, tributo onomastico alla Matelda famosa; tutti cotesti nomi, quanta ignorata storia di affetti non racchiudono, addormentati per sempre sotto quel sacro terreno!
Mai non t'appresentò natura ed arte
piacer, quanto le belle membra, in ch'io
rinchiusa fui, ed or son terra sparte:
sono i versi[108] ne' quali Beatrice, pure in grembo al divino, si ricorda di quando fu donna; e perciò da potersi inscrivere anche sulla tomba di ignote.
Signore e Signori,
Fra pochi giorni, su quel terreno che la religione e l'arte hanno fatto sacro all'Italia e al mondo civile, converrà da tutte le nazioni, alle solenni fratellanze del pensiero, un devoto unanime pellegrinaggio. Santa Maria del Fiore avrà avuto, dopo quasi seicent'anni dalla prima pietra, il suo compimento.[109] Ma i nostri vecchi, lasciando questa gloria al secolo che ora tramonta, non potettero prevedere, nè avrebbero osato augurarsi, che la pietra ultima sarebbe stata consegnata alle fondamenta dalla mano invitta di Colui che la patria italiana doveva salutare suo unificatore, suo padre, suo re;[110] che le feste dell'opera degnamente compiuta avrebbero inauguratori i figli di lui, il Re la Regina i Principi d'Italia; dell'Italia finalmente pacificata e concorde in tutte le sue terre, di nazione storica rivendicatasi a nazione vivente, e del l'avvenire affidata dalla coscienza del proprio diritto, e dal valore de' suoi soldati che combattono e muoiono, senza contare i nemici, nel nome di lei e del dovere.[111] Santa Maria del Fiore si apparecchia a dischiudere le sue porte ai sovrani benedetti da Dio e dal popolo; e di sotto ai novelli marmi del suo limitare fremeranno in quel giorno le ossa, e per gli spazi delle arcate severe si affolleranno invisibili, intorno agli Eletti della nazione, i magnanimi spiriti dell'antica Firenze. Il difensore a viso aperto e tutelatore della patria, l'Uberti, «si ergerà col petto e con la fronte» dalla tomba sua vera,[112] drappellando nel cospetto del Re prode e leale la vecchia insegna del popolo fiorentino, la Croce, oggi per virtù di Casa Savoia insegna di popolo e di re. Ma a Guido Cavalcanti, nel suo riaffacciarsi dal sepolcro al «dolce lume» del sole, «ferirà gli occhi» una visione gentile, come quelle da lui già idoleggiate nella sdegnosa fantasia, e gli farà ripetere li amorosi suoi versi,[113] per entro a' quali trepida, interrogando, l'affetto:
Chi è questa che vien, ch'ogni uom la mira,
e fa di chiarità l'aer tremare?
E mille voci concordi risponderanno a quella sospirosa melodia d'oltretomba, acclamando il nome dell'Augusta Donna, alle cui speranze materne è raccomandata tanta e sì cara parte delle speranze d'Italia.
NOTE
1. Matteo Villani, Cronica, VII, LXIV.
2. Giovanni Villani, Cronica, VII, LXVIII.
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