La donna fiorentina del buon tempo antico. Isidoro Del Lungo
mescolate le donne di quella casa, e dello intitolarsi da una maledizione di donne una cena imbandita per cura e a spese d'un capitolo di canonici. Forse Dante potrebbe dircene qualche cosa per bocca d'una delle donne del suo Poema, monna Cianghella della Tosa; il cui nome egli lancia, con quella potenza di vitupero ch'ei sa, come un ideale femminile.... di tutto quel che non era Cornelia romana:
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella............
qual or saria....... Corniglia.[39]
Ma che sulla donna pesasse duramente la maledizione di quelle discordie, è certo pur troppo. Era già dura servitù la inferiorità civile nella quale era tenuta dalle leggi, con subordinazione non pure della sua personalità giuridica ma sottomissione della sua volontà al mundualdo o procuratore che quelle le assegnavano, e senza la «parola» del quale ella non poteva nè obbligarsi nè sciogliersi, insomma non fare un passo. Ponete caso; anzi sentitene uno da autentico documento per man di notaro:[40] due donne si accapigliano l'una con l'altra, monna Fiore e monna Puccia; si battono di santa ragione; poi fanno la pace: ma per fare la pace, e perchè monna Fiore, la più gagliarda, sia liberata dalla condanna di lire 275 di piccioli inflittale dal Potestà, occorre prima, che un notaio dia loro il mundualdo, il quale poi dinanzi a un altro notaio autorizza e fa valida la loro pacificazione. Tale la condizion giuridica: le civili discordie poi, con gli esilî, con le violenze, con gli odî mortali col vincolare gli affetti, col calcolare a stregua di parte i parentadi, distruggevano alla donna ciò che per essa è tutto, la vita domestica. Si pensa mai, quando si legge di quelle vendette premeditate per dieci, venti, trent'anni, trasmesse in sanguinoso legato da padre a figlio, le quali si sapeva, dall'una parte e dall'altra, pesar com'un debito che era forza non meno agli uni esigere che agli altri pagare, si pensa quante trepidazioni materne e coniugali, di figliuole, di sorelle, di fidanzate, quante lacrime di tenere creature impotenti a rompere que' giuramenti di sangue, quanti sentimenti repressi, quante vite spezzate, coteste atroci storie si trassero seco? Alcune anime sensitive e ferventi, gittate in età ancor quasi di bambine in quel vortice, ne contraevano lo spavento d'ogni cosa del mondo, cominciando, triste a dirsi!, dalla famiglia. La Chiesa, consacrando con la canonizzazione il distacco di tali donne dalla vita esteriore, quali una Cerchi, una Falconieri (anche Piccarda nel Calendario fiorentino, come nel Paradiso dantesco, è, ma col nome di suor Costanza, tra i Beati),[41] può dirsi abbia non solamente coronate virtù miti in età feroce,[42] ma retribuito dolori ineffabili. Umiliana de' Cerchi, sposa e madre a sedici anni, vedova d'un brutal marito a venti, sfiduciata dell'avvenire de' suoi figliuoli in quella società di crudeli, torna alla casa paterna, e conforta la precoce vedovanza con la carità verso i poveri e i reietti: aborrente da nuove nozze che le si minacciano, spogliata con inganno della sua dote, le esce di bocca questo pietoso lamento:[43] «Com'io veggio, non è fede in terra, perocchè il padre inganna e toglie alla figliuola. Abbiami dunque il mio padre quinci innanzi me non per figliuola, ma per fante e serva.» E si rinchiude più in sè, facendo della casa sua monastero; si ritira nella torre del palagio, la quale è a lei oratorio, dice la leggenda, anzi quasi una carcere. L'umano, anche nelle sue più care e sacre attinenze, le si allontana viepiù sempre: «Al tempo dell'orazione, i vostri figliuoli vi sieno lupi, e la camera l'alpe di Montalpruno», dice ella a delle buone madri che si accusano di essere distratte dal pregare «per la occupazione della masserizia e de' figliuoli»; ma essa medesima poi con lacrime chiede a Maria la vita della piccola Regale, sua figlia, un giorno che la poverina, dinanzi alle asprezze di quella penitenza, le cade a' piedi come morta: «Abbi misericordia di me, e rendimi questa mia figliuola». Presto la sua vita si va consumando. Sul capo suo, dalla torre del padre, imperversa la guerra civile; i mangani e i trabocchi grandinano pietre; si appicca il fuoco alle case: per Umiliana tutto questo non è che il trionfo del diavolo, il quale viene a lei dicendo: «Leva su, figliuola, e vedi la città che tutta si consuma ed arde». A ventisett'anni, nel 1246, ella muore. Doveva passare ancor più d'un secolo, perchè Firenze e l'Italia ammirassero in una vergine senese gli affetti umani non spenti ma santificati dal fervor religioso; carità di prossimo, di famiglia, di patria, di Chiesa, avvivarsi come fiaccola alle procelle del mondo; l'amore allearsi allo sdegno in ardimenti virili con femminile modestia; e Caterina rimanere nella memoria degli uomini, ha scritto un suo devoto che propugnò con Daniele Manin la libertà di Venezia, rimanere «donna di consolazione e di lagrime, fanciulla ed eroe, Clorinda ed Erminia dell'eterno poema d'Italia».[44]
IV.
Se non che agli uomini del secolo XIV erano ormai antiche, e da non poter più rinnovarsi, quelle atroci battaglie che desolavano, da un momento all'altro, l'intera città; quelle proscrizioni che schiantavano dalla cittadinanza la metà dei cittadini; que' ritorni di sbanditi, che alle porte della patria esiliatrice si presentavano col ferro in mano e col fuoco. A esiliare pur troppo si seguitò; la condanna del padre colpì i figliuoli anche nelle culle: ma la donna fu rispettata; potè la donna rimanere nelle case vedovate, e serbarle ai ritorni con dolorosa preghiera, nelle chiese della patria, dinanzi alle madonne di Giotto, invocati. Diamo invece un ultimo sguardo al secolo XIII, a questa forte età che nel grembo travaglioso conteneva pure i germi della civiltà moderna. Ripensiamo la prima cacciata di Guelfi nel 1249, che per estremo atto nella patria, celebrano, tutti armati, le esequie del loro portansegna messer Rustico Marignolli, lo depongono in San Lorenzo, poi essi e le famiglie si partono e si disperdono pel Valdarno: i Ghibellini distruggono le case deserte («maledizione del disfare» che cominciò allora, dice la cronica),[45] e d'una torre, che dal vecchio cimitero intorno a San Giovanni prendeva nome di Guardamorto, vogliono «con maggiore empiezza», parole sempre della cronica, vogliono far rovina addosso alla chiesa e battistero, come guelfa anche lei, perchè ritrovo ab antico, e fonte di vita e riposo in morte, di Guelfi. E nella seconda cacciata, dopo Montaperti, «arriva in Fiorenza», lasciamo ancora parlare la cronica,[46] «la novella della dolorosa isconfitta; e tornando i miseri fuggitivi, si leva il pianto d'uomini e di femmine sì grande, che va sino al cielo; imperciocchè non avea casa niuna in Fiorenza, nè piccola nè grande, che non vi rimanesse uomo morto o preso.... I Guelfi, sanza altro comiato, colle loro famiglie, piagnendo, uscirono di Fiorenza e andaronsene a Lucca....»: fu una città che si riversava in un'altra. I vincitori, con le masnade tedesche, rientrano in patria, e dentro e fuori delle mura la demoliscono mezza. Strappano perfino rabbiosamente dalle chiese le arche sepolcrali e le ossa dei Guelfi: e se oggi un Aldobrandino Ottobuoni, cittadino integerrimo che ai nostri vecchi parve l'imagine del «buono romano Fabrizio», non ha più la sua tomba in quella che allora era Santa Reparata, si deve a quei sacrilegî;[47] a omissione, non a reverenza, si deve, che del portansegna Marignolli sia rimasta in San Lorenzo con le ceneri la pietra del sepolcro domestico.[48] Se Fiorenza non fu «tolta via» tuttaquanta,[49] ognun sa che fu virtù e gloria di un uomo. Ma a quei rifugiati in Lucca, che strazio l'udire, impotenti a ripararvi, la rovina delle loro case, delle loro memorie, dell'avvenire de' loro figliuoli! che furore negli uomini! che lacrime cocenti si saranno serrate nel cuore quelle misere donne![50] Poi, rivolta fortuna, successero le vendette guelfe, meno atroci ma più lente, più intime, più continuate, poichè durarono quanto durò la repubblica, dove il nome ghibellino rimase all'odio comune anche quando più non sussisteva la cosa. Confiscati, distribuiti, dispersi gli averi, i possessi delle famiglie ghibelline, come si distrugge il nido d'una bestia feroce; gli Uberti, votati a esilio perpetuo, e nelle orazioni de' Guelfi supplicato Dio che si degni di sradicarli;[51] i Santi stessi, se del loro sangue, rimossi dall'altare;[52] vietato di contrar matrimonio coi conti Guidi e altrettali signori di contado, e i figliuoli di siffatte unioni sentenziati bastardi:[53] insomma, una scomunica dalla convivenza sociale, che accompagna l'anatema con che la Chiesa li separa dal suo grembo. Sotto questa bufera di persecuzione, i più de' Ghibellini cedevano, e, per ritornare o rimaner cittadini, si facevano Guelfi. Quasi soli i discendenti di Farinata rimasero fedeli alla parte degli avi loro:[54] portarono superbamente per le terre d'Italia la propria condanna e la propria fermezza; pagarono intrepidi, sotto la mannaia guelfa, il debito, com'essi stessi lo chiamarono, lasciato loro da' padri; «non mutarono aspetto, non mosser collo, non piegarono costa», quale Dante, fra le tombe di Dite, avea veduto giganteggiare il loro avo magnanimo, co' suoi eretici ghibellini, col suo imperator