Col fuoco non si scherza. Emilio De Marchi
fabbricano i nidi sotto le gronde e va per tutta la natura una contentezza intima che fa fremere le foglie degli alberi e delle siepi, così pareva anche a lei d'essere tutta una primavera,
Avrebbe voluto parlar alto e cantare ai tronchi la sua felicità. Fin la sua stessa ombra le era diventata cara, perchè era l'ombra d'una creatura felice.
Sollevando gli occhi alle cime degli alberi tra le punte verdi oscillanti sotto l'azzurro del cielo, stava a lungo colla testa appoggiata alle mani, colla bocca schiusa ad aspirare la contentezza che le faceva parere così bello il cielo e così buono il Signore che vi abita.
A questa contentezza di tutti i sensi si accompagnava un senso d'orgoglio d'aver saputo attendere con pazienza l'ora sacra e predestinata del suo trionfo. Da un pezzo essa considerava il suo Ezio come uno di quei traviati peccatori, colpevoli di spensieratezza che è un onore e insieme una delizia per una donna di condurre al bene. In questa lunga speranza aveva vegliato molte notti, e pregato a molti altari, coltivando il suo amore nel giardino chiuso della immaginazione respingendo ogni altro idolo, piangendo sopra di lui come sopra un figliuolo del suo pensiero.
Ecco, Dio aveva voluto che essa raccogliesse il premio della sua fede.—Tu sai, buon Dio, che io sarei rimasta contenta d'essere la sua umile ancella; ma tu hai voluto ch'io fossi qualche cosa di più. Grazie! che tu sia lodato per sempre! Tu hai fatto sonare nell'anima mia molte corde che sarebbero state mute per sempre: tu mi dai una più viva forza spirituale, una più piena coscienza di me? quest'amore mi viene da te, o Signore, parche non può venire che dal cielo quel che fa felice una creatura.—
Aveva ragione la sua mamma di dire che c'era molto della nonna Celina in questa sua figliuola rivoluzionaria: e che bisognava darle marito.
Tanta era la contentezza e la persuasione che Flora aveva della sua felicità che non diede nemmeno molta importanza al fatto che Ezio, dal giorno fatale della saetta, non si era più lasciato vedere al Castelletto, nemmeno sotto le spoglie di Pomponio Labeone. La dissertazione era rimasta al capitolo del «Manutengolismo» ma Pomponio Labeone non pareva già più quell'uomo diligente che aveva promesso di essere.
Che importava a Flora se da sei o sette giorni non dava più segno di essere vivo? Ezio, il suo Ezio essa l'aveva vivo e grande nel suo piccolo cuore, lo portava con sè, nè c'era bisogno ch'egli si facesse vedere. Oppure spiegava quest'assenza troppo lunga nel modo più semplice e naturale. Ezio aspettava d'essere incoraggiato. Toccava a lei forse di farsi vedere non offesa a Villa Serena e dare un segno di grazia a quel brutto impertinentello. E l'avrebbe fatto: certo, essa doveva andarci appena il suo cuore si fosse sentito pronto ad affrontare per la seconda volta la prova della mitraglia.
E l'occasione venne a tempo nell'invito a colazione che il Cresti portò al Castelletto in nome della zia Vincenzina e di Ezio per festeggiare il ritorno dello zio d'America.
* * * * *
—Ecco il gran giorno!—andava ripetendo Flora in cuor suo—Bisogna che io ci vada con tutte le armi.—Volle per quella mattina essere bella, ben vestita, raggiante di quel poco di buono che Dio le aveva dato. Mai aveva sciolto tanto amido azzurro nella catinella come questa volta per dare consistenza e splendore alla sua gonnella di mussolina. Al collo volle mettere le due fila di corallo rosso che facevano brillare il candore di cigno della sua carnagione; nei capelli bastava che ci fosse un nastro che li stringesse forte nel mezzo e li lasciasse cascare liberi alla greca.
Mentre stava nella sua stanza a dar gli ultimi punti a un paio di stivaletti scuciti, sentì nel salotto da basso risonare una voce sconosciuta, una voce di donna che parlava il falsetto, ma forse più che parlare gorgheggiava con una intonazione di testa, framettendo risate acute ed esclamazioni entusiastiche piene di oh, di ah, di stupendi, di splendidi.
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