Mia. Memini

Mia - Memini


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zingaro di Drollino e la sua mano alzata a far cenno, riusciron visibili ai ladri.

      Questi, lasciata sul momento l'inferriata, si diedero a fuggire precipitosamente. Allora, nel silenzio della notte, si sentì, acuta, stridula, rapida come lo scoppio d'un razzo, la voce di Drollino che mandava il grido d'allarme «Ai ladri!» E gridando, s'era lanciato su quello dei malfattori che gli stava più vicino e gli si era appeso ad un braccio facendosi, nella fuga precipitosa di colui, trascinare come un peso morto. Il cane di guardia abbaiava a squarciagola, i contadini inseguivano correndo; s'era alzato un baccano incredibile.

      A un tratto si vide un lampo, s'udì uno sparo, cui tenne dietro un grido acutissimo. I fuggitivi erano incalzati da vicino, ma due di questi riescirono a porsi in salvo; il terzo, quello a cui s'era avvinghiato Drollino, e che per isbarazzarsene gli aveva sparato addosso un colpo di pistola, fu preso. Ma il fanciullo giaceva inerte sul terreno.

      Non morto però, nè moribondo. La palla s'era acquartierata in un polpaccio rispettando le ossa. Gli venne estratta la notte stessa ed egli rimase l'eroe incontrastato dell'avventura.

      Il Principe venne a trovarlo nello stanzino del portinaio; s'accostò al letto, disse un sonoro «bravo», e cacciò la mano sotto il lenzuolo per sentire il parere del polso. C'era un po' di febbre, naturalmente, ma nulla di grave.

      L'eroe era debole assai, ma grato, superbo di aver meritato tanti onori e sopratutto una visita del Principe. Al padre che gli chiedeva più tardi se nel momento terribile non avesse avuto paura, rispose coscienziosamente di no.—Cioè—corresse un momento dopo—ho avuto paura di due cose: che mettessero fuoco alle scuderie e che destassero la signorina Milla!

      Rimase a letto per una ventina di giorni. Il Principe non s'era accontentato dell'elogio fattogli in quella notte memorabile. Mandava ogni giorno a prender sue notizie e volle che fosse per tutto il tempo della malattia nutrito a spese della casa. Poi un bel mattino, quando seppe che era proprio guarito, lo mandò a chiamare.

      Drollino venne subito accompagnato da suo padre. Era ancora assai debole; il sangue perso e quei venti giorni di letto l'avevano infiacchito assai; era magrissimo e aveva le labbra smorte. Il cuore gli batteva forte e le gambe gli tremavano un poco mentre attraversava la lunga infilata delle sale a terreno. Il Principe stava ad aspettarli nel salotto chinese e vicino a lui c'era Milla vestita di bianco come al solito, coi begli occhioni azzurri spalancati, per contemplar meglio l'eroe di quella misteriosa nottata.

      A dir vero, siccome essa dormiva placidamente quand'era accaduto tutto quel tramestìo, non sapeva bene cosa fosse stato; ma dai discorsi di Miss Spring, entusiasta del fiery boy, s'era capacitata che Drollino aveva fatto qualche cosa di straordinario. E perciò lo guardava ammirata, un po' impaurita forse da quella magrezza e da quel pallore eccessivo.

      Il ragazzo non era punto vanaglorioso in quel momento; tremava e avrebbe voluto essere altrove; il Principe gli faceva animo parlando in tono scherzoso del fatto; chiedendo particolari. Ogni, tanto il padre metteva bocca anche lui e Milla guardava, guardava.

      —Milla—disse a un tratto il Principe, con una serietà affettata,—e tu non dici nulla a questo tuo compagno che è stato così coraggioso? Orsù, fagli i tuoi mirallegro.

      Pare che i mirallegro non fossero il forte della bambina; stava lì attenta, immobile, senza parlare. Poi, a un tratto, stese timidamente una manina, che Drollino non accennava per nulla di prendere.

      —Ho capito—disse il Principe, ridendo.—Tu, Drollino, vieni qua e tu, Milla, falla finita e dagli un bacio.

      Drollino, il coraggioso! non era più pallido; era rosso rosso, e non si moveva. Fu dessa a moversi, ad andargli incontro sorridendo, cercando, colle labbruzze strette, riunite all'insù, le labbra pallide del fanciullo, che, vergognandosi, si schermiva. Le trine del candido abitino di mussola si gualcivano al contatto della rude fustagnina di Drollino.

      Miss Spring, presente a quella scena, stava perplessa fra uno shocking e un darling; ma il Principe rideva di gran cuore. E il bacio, un po' per amore, un po' per forza, fu ricambiato.

      —Oh!—disse il Principe—così va bene. Ma ora è giusto che abbi, oltre a questo, un compenso più duraturo. E voglio lasciarne la scelta a te. Dì su, ragazzo, cosa vuoi?

      Sulle prime Drollino parve non capire. Poi, quand'ebbe afferrato il senso della frase, quando capì che forse potrebbe ardire, ardire assai, si fece di bragia, gli occhi gli scintillarono in fronte, sulla sua mobile fisonomia si dipinse l'ansia d'un supremo desiderio.

      Ma non seppe parlare.

      Non gli riesciva.... l'idea della sua ambizione lo atterriva.... No, no.... era impossibile.... era impossibile.... era troppo.

      Il padre, cogli sguardi, col gesto, gli faceva animo; ma egli non guardava suo padre e respirava a stento.

      —Orsù, disse il Principe impazientito—hai capito di parlare? vuoi farmi star qui tutta la mattina?

      Drollino non aveva certo una così perversa intenzione; si sforzava, poveretto, a parlare; ma la parola strozzata dall'inquietudine, gli moriva in gola.

      —Papà—disse timida, ma pronta, la bambina, tirando la manica della giacchetta indossata dal padre—vuoi che te lo dica io... cosa desidera Drollino?

      Il Principe si mise a ridere.

      —Tu?... ma cosa vuoi sapere tu, pettegolina che sei?

      Essa non si offese. Insistette, armeggiando in siffatto modo colle manine che il Principe dovette chinarsi e ascoltare le sue sommesse parole.

      —Vuole la puledrina di Rowena, quella che era appena nata quando successe la storia....

      —Oh!—rispose forte il Principe, alzandosi e squadrando Drollino con un fare canzonatorio...—Vuole la puledrina di Rowena, eh! questo monello!

      Drollino tremava come una foglia. Ecco che l'avevan tradito! E ora.... lo caccerebbero di casa, naturalmente, per punirlo di aver osato tanto.

      Ma il Principe non parlò di scacciarlo. Trovava quell'ambizione un po' audace, ma giusta. Non si adirò per nulla, e, dopo essersi divertito un momento delle visibili angoscie del ragazzo, le troncò d'improvviso, dicendo che avrebbe dati lui stesso gli ordini necessari perchè la puledrina gli fosse consegnata.

      —Ma—soggiunse—ci hai pensato bene? Non vorrei poi che nelle tue mani quella povera bestia....

      Non finì; s'avvide che ogni raccomandazione era superflua. La faccia di Drollino sfolgorava. Egli non seppe ringraziare nè il padrone, nè la Milla; ma da questa a quello scoccò rapidamente uno sguardo impetuoso, esaltato. Volle bensì parlare, ma proprio non gli venne fatto. E il Principe rimase contento, e disse a Milla ch'era una cara pettegolina, e che, giacchè sapeva indovinar così bene, più tardi sarebbe riuscita a condurre suo marito pel naso.

      La Milla non capiva bene la profondità di questa frase, ma non ardì chiedere altro. Rimase contenta anch'essa, benchè le toccasse d'avvedersi, fra non molto, di non averci punto guadagnato personalmente, colla sua intercessione fortunata. Drollino, dacchè aveva la puledra, trascurava Milla indegnamente, era sempre in scuderia, e non scappava più a giocare sul viale, all'ombra degli ipocastani.

      —Che bestia!—disse, la sera dopo, un vecchio stalliere ad un camerata.—Chiedere una puledra, mentre avrebbe potuto farsi una sorte! Ma già, è sempre stato un disperato colui! E ora, cosa fa?

      —Oh!—rispose l'altro, mutando quartiere alla sua cicca—è in scuderia, da ier sera. Non è uscito neppur pel desinare, e seguita a ripetere: «È mia, è mia!»

      —Dovrebbe chiamarla Mia!—disse burlando lo stalliere.—Domani glielo dico.

      —Perchè no?—rispose fieramente Drollino, quando udì quella proposta, fatta in tono di scherno.—È mia! sapete?

      —È matto,—dissero ridendo i mozzi e gli stallieri.—Ma la puledrina aveva un nome ormai.

      E, prima per chiasso, poi sul serio, venne chiamata così.


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