Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino. Ettore Socci
perché tenuto d'occhio dalla questura e deciso a partire, con noi.
—Se foste un uomo voi!—Borbottò il Colonnello,—quando non ci son mezzi…
—Garibaldi, quando ha voluto, è riuscito.
—Se si andasse avanti colle chiacchiere!….
—Eppoi tutti questi giovani che sono qua?
—Li ho fatti partire io… forse?
—Non dico questo: ma è un fatto che non hanno avuto che cinque lire: quattro e novantacinque ne hanno spese pel viaggio e cominciano a far chiasso, perché non si sono anche sdigiunati e qua non conoscon nessuno…
Quello che sentivo era Vangelo!… se certi comitati avessero agito un poco più sul serio, non si avrebbe avuto a deplorare tanti scangei, certa gente non avrebbe gongolato e nell'armata dei Vosgi avremmo avuto più soldati e più buoni.
—E dunque, cosa facciamo?—Ripeterono tutti guardandosi.
A tale interrogazione mi cascaron le braccia; anche qui dunque non si sapeva a qual gancio attaccarsi, anche qui si passava il tempo, cullandosi tra le illusioni e le ipotesi, come nel nostro modesto cerchio di amici.
Dopo essere stati un poco in silenzio, entrò quasi di corsa, nella stanza un tale che già si era accomodato a fare da ordinanza al Colonnello; proferì sommessamente alcune parole al padrone: questi ci parve soddisfatto ed infatti poco dopo con tuono brioso ci disse: Signori, domani arriva il Var, chi è buono di salirci, va in Francia.. Confido nella vostra accortezza e nel vostro coraggio… Io tento di salire pel primo… A domani!
Non dormimmo in tutta la notte e appena fu giorno, andammo al porto e prendemmo una barca. Un forte libeccio aveva cominciato a soffiare; il mare era agitatissimo ed i cavalloni sbalzavano di qua di là, di sotto di sopra la nostra barchetta, spruzzandoci più o meno impetuosamente il volto, e procurandoci quel malessere interno che è il primo principio del mal di mare..
—Oggi me li guadagno—Ci diceva il barcaiolo.—E vogliono girar molto tempo!
—Fino a che non arriva il vapore!
—E un casca un cencio… Se arriverà a mezzogiorno… O che anche loro vogliono andare in Francia?… A me lo possono dire.
—Ebbene.. sì.. vogliamo andare in Francia.
—Me l'avevano a dire!…. Guardino, due barche piene di guardie.
—È vero… e ora cosa si fa?
—Non si sgomentino… Figureranno di pescare… Prendano le lenze!
Noi prendemmo questi ordigni e, tramutati lì per lì in pescatori, cominciammo, con una serietà unica, un'operazione che dentro di noi ci faceva scompisciar dalle risa. Io credo che i pesci fossero i primi a canzonarci; e' si vedevano guizzare a fior d'acqua, proprio vicini ali'esca fatale, poi, facevan cilecca e ci lasciavano con un palmo di naso.
Non so quanto durasse questo divertimento; mi rammento però che ci venne un'appetito diabolico; il nostro Caronte, da uomo saggio, capì per aria l'antifona e ci condusse a dei vicini barconi, dove per lo più mangiano i marinari e i facchini del porto. Uno stoccafisso, rifatto colle cipolle, ci sembrò più gustoso di un manicaretto, apprestato da Tomson; ci bevemmo due fiaschi di vino, e ci sentimmo raddoppiati in coraggio e in costanza. Intanto il libeccio seguitava a infuriare; il mare era divenuto addirittura cattivo; si troncavano gli alberi delle piccole navi vicine, si vedeva volare dei cappelli, che appartenevano agli imprudenti che troppo si erano accostati all'infido elemento… la cosa cominciava ad essere non troppo graziosa; in quell'aspettativa i minuti ci sembravano ore; non avevamo alcuna notizia dei moltissimi nostri compagni e non il più piccolo indizio ci faceva sperare che si avvicinasse il tanto desiderato bastimento.
Ecco una striscia di fumo!… Un oggetto nero, che ingrandisce a vista d'occhi si approssima.. è il Var, si grida tutti con un urlo di contentezza che si sprigiona dalle più intime viscere, è il Var, il momento supremo è venuto, coraggio!
Il battello si accosta ad un brigantino, che ha bandiera Greca; in un fiat è circondato dalle guardie. Cominciano le difficoltà, noi siamo decisi a superarle.
—Se non li metto sù, che Santa Lucia benedetta mi faccia perder la vista degli occhi!—Grida il barcaiolo, diventato entusiasta dopo l'ultimo fiasco.
Si traversò arditamente la fila dei bastimenti, e, allorché, fummo vicini alle guardie, ci sdraiammo nel fondo del nostro piccolo schifo, l'uno sull'altro, proprio alla maniera dei fichi secchi; poi, scongiurato il pericolo, si girò dietro ad una tartana che combaciava perfettamente col brigantino: i questurini che non sono mai stati ritenuti per aquile d'intelligenza, non avevan posto attenzione alla manovra e si poteva cominciare a credere che la nostra intrapresa cominciasse ad avere molte probabilità di sicuro successo.
—Ed ora, come si sale?—Domandai io, molto imbarazzato nel non vedere alcuna fune.
—Si va per la catena dell'ancora—Aggiunse immediatamente e con tuono esaltato lo Stefani, il compagno più secco e più susurrone tra tutti coloro che erano venuti con noi da Firenze.
La proposizione fu accettata di subito ed io che non ho mai brillato per la mia sveltezza e molto meno per le mie movenze ginnastiche, mi aggrappai alla catena di ferro e a forza di urti e di spinte arrivai ad andar ruzzoloni e facendo un gran tonfo sul cassero della tartana: riavuto appena dal colpo mi avvidi che ero molto al disotto del livello dei miei amici, saliti dietro di me; infatti caduto sopra un monte d'avena, per quanti sforzi facessi, non giungevo a capo di trarmi d'impaccio, chè ogni sforzo ad altro non era valevole che a farmi affondare di più. Dopo essere stato ripescato alla meglio dagli altri, saltammo tutti insieme sul brigantino. Pochi passi di più ed i nostri voti erano esauditi: un maledetto cagnaccio comincia a abbaiare e finisce coll'attaccarsi alle polpe di mio fratello.
Si tenta l'ultimo colpo: il mio fratello lascia al famelico cane un straccio dei suoi pantaloni… E dire che sperava con questi di far tanta figura, quando sarebbe sceso a Marsiglia!
Il salto riesce, siamo a bordo del Var: i marinari ci accolgono tra le loro braccia, la gioia ci rende frenetici e tutti insieme confondiamo le nostre aspirazioni, le nostre speranze, i nostri voti più cari, al magico grido di viva la repubblica.
—Giù, giù—Ci gridarono quei bravi figli del mare, appena che fu terminato quello slancio di esultanza, e ci buttarono a viva forza nella carbonia.
S'immagini un po' il lettore la nostra situazione, in quell'atmosfera soffocante, e a quella polvere, che ci ridusse in pochi momenti in uno stato veramente deplorevole; di più si aggiunga lo spettacolo non troppo gradito che ci si presentava alla vista dall'unico finestrino, pel quale prendeva aria questa stamberga; un andare e venire di barche su cui facevano bella mostra di loro tutte le faccie più proibite della Cristianità, e pennacchi di carabinieri e monture di guardie di pubblica sicurezza… Fortuna che siamo protetti dalla bandiera francese—si diceva tra noi—e qui il Reale Governo Italiano non conta un bel corno.
Ogni poco veniva a noi qualcheduno dell'equipaggio e ci esortava a soffrire con pazienza. L'equipaggio, composto quasi tutto da originarii della Linguadoca, naturalmente parlava francese; di qui grande imbroglio nei nostri, i quali per farsi capire francesizzavano l'italiano, creando una lingua ibrida, bastarda, che ci faceva crepar dalle risa: lingua che si perfezionò in Francia e che ha fatto dire, bene a ragione, ultimamente al Bizzoni, che, se fosse continuata la campagna il mondo avrebbe annoverato un idioma di più; quello dei volontarii.
Da un paio d'ore si era in quei triboli, quando si vide arrivare il Perelli; che nell'ascensione aveva perduto il suo cappello a cilindro…
—Cosa fanno qui loro?—Ci disse.
—Lo vede: siamo nascosti.
—Vengano su nelle cabine… ci siamo tutti noi…
Contenti, come uno che abbia beccato un terno, salimmo. Quale non fu la nostra sorpresa, quando vedemmo quasi tutti i nostri amici!—O