La casa e la famiglia di Masaniello. Bartolommeo Capasso

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intitolata. Un esemplare, che a me sembra l'originale del Giuliani, e che si conserva nella Biblioteca Nazionale (X-C-10) porta il seguente titolo: Historia veridica delle cose notabili successe nel regno di Napoli e nella Corte di Spagna sotto i governi del duca di Ossuna e dei Cardinali Borgia e Zapata e del Vicerè duca d'Alba etc. dall'anno 1617 all'anno 1624, coi documenti autentici dei fatti occorsi; registrati da me Giovan Bernardino de Juliani, segretario del fidelissimo Popolo di Napoli. Il Ms. è di carte 479 e finisce con una fede stampata di notar Romano del 9 giugno 1624 sulle cariche avute e lodevolmente esercitate dal Giuliani. Un altro esemplare pur anco originale e che inoltre ha le postille autografe dell'autore, ma mancante della fine, si conserva da me, ed è intitolato: Cose varie e curiose raccolte da notar Giovan Bernardino de Giuliani de Napoli, nelle quali particolarmente si ha notizia di quanto con verità passò in Napoli al tempo del Duca di Ossuna et alla fine di esso nell'anno 1620, et di quello, che succedè all'uscir di detto duca di Napoli, et alla Corte et altre cose curiose.

       Inoltre, qualche mezzo secolo dopo del Giuliani, un benemerito cultore delle patrie memorie riunì in una sola opera tatto quello che potette raccogliere intorno al governo del Duca di Ossuna e di alcuni Vicerè suoi successori, sino al 1624, ed intitolò questa raccolta: Successi del duca di Ossuna. Egli distribuì la materia in 5 volumi, nel primo dei quali rescrisse lo Zazzera, e nel 2º, 3º e 4º riunì la compilazione del Giuliani e vi aggiunse altre cose che sull'argomento a lui riuscì di trovare. Il raccoglitore ebbe l'opportunità di avere tra le mani alcune scritture autografe del Genoino che erano restate presso i suoi nipoti, e ne trascrisse nel suo libro le più notevoli.

       Giova a tal proposito notare, come nel Diario di Giuseppe Campanile, del quale sopra feci parola, si accenna a queste scritture del Genoino, e si dice che “tra di esse vi erano varie composizioni manoscritte dell'Historia di Napoli, opera assai faticata da esso in più anni et altre materie notabili a favore del popolo: tutti i biglietti inviatigli dal duca di Arcos in questo tempo (1647) et altri scritti legali„. Campanile Diario f. 25 v.

       Il Genoino stesso in una sua Apologia all'abbate Torrese per haverli contradetto l'ingresso e luogo acquistato con una lunga età nell'Almo Collegio de' Dottori, scrittura che si trova al f. 432 mihi del vol. III della cennata Raccolta, compendiando i fatti della sua vita, conchiude così: “se si trova che alcuno falso historiatore o altro avesse scritto per historia l'opera del Duca et mia il fatto in altro modo di quanto ho detto, tutti hanno mentito et mentono, come falsi, et così farò constatare per pubbliche scritture in un'Apologia quale darò in luce (f. 437).„ Ma quest'Apologia o non fu scritta o andò perduta.

       Molte copie di questa Raccolta dei Successi del duca di Ossuna fatta verso il 1670, le quali appartengono ad epoche ed a mani diverse, esistono nelle pubbliche e private biblioteche, e sono state da me consultate. Nella Biblioteca Nazionale se ne ritrovano del secondo (X.-B,-4), del terzo (X-B,-5) e del quarto volume (X-B,-32). Io ne conservo una del solo terzo, scritta verso la fine del secolo XVII.

       Allorchè mi occorrerà indicare le scritture di cui mi sono servito nella narrazione che segue, io le citerò, secondo i Mss. da me posseduti, col titolo di: Giuliani, Cose varie, e di Successi varii t. III.

       E LA CASA DI MASANIELLO

       Indice

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      La piazza del Mercato di Napoli, tanto memorabile nella nostra storia, fu rinchiusa nel perimetro della città coll'ampliazione Angioina circa il 1270[3]. Prima di una tal epoca tutta la contrada era un campo vasto ed inabitato, che dalle mura e dai fossati posti ad occidente ed a settentrione, dove ora trovasi S. Eligio ed il Monastero dell'Egiziaca a Forcella, distendevasi verso mezzogiorno ed oriente fino al lido del mare, ed alla chiesa ora parrocchiale di S. Angelo all'Arena, che dal suo sito prendeva una tal denominazione[4].

      Questa pianura, come già prima tutto il littorale fino al Molo piccolo, chiamavasi in quel tempo Moricino[5], ed il tratto più occidentale di essa campo del Moricino[6]. Qui, e propriamente lungo le mura, dove poscia fu edificato S. Eligio, ed accanto la porta, che dicevasi Porta nuova, anche allora si teneva il mercato della città[7]. Un fiumicello formato dalle acque esuberanti del fonte Formello, o sia dell'acqua della Bolla, che quivi accoglievasi, attraversava e chiudeva questo campo nel sito che si diceva e si dice il Lavinaio, ed indi andava a scaricarsi nel mare[8]. Al di là del fiumicello verso oriente sorgeva una piccola chiesetta con un contiguo romitorio, ove alcuni Frati Carmelitani da poco tempo avevano esposta alla venerazione dei fedeli una devota imagine della Vergine[9], ed innanzi la chiesetta una colonna con una croce, ed alquanto più oltre il sepolcreto degli Ebrei[10].

      Tal era il campo del Moricino, allorchè nel 1268 fu il teatro di una sanguinosa e memorabile tragedia. Ai 29 ottobre di quell'anno Corradino di Svevia, per ordine di Re Carlo I d'Angiò, ivi subiva con alcuni suoi compagni di sventura l'estremo supplizio. L'infelice principe, che pel tradimento di Astura cadeva nelle mani del suo nemico, era stato, secondo che afferma uno scrittore contemporaneo, condannato[11] nel capo da un'assemblea di Sindaci, o buoni uomini deputati delle provincie di Terra di Lavoro e de' Principati, la quale riunita a tal effetto, e ligia del nuovo dominatore, aveva trovato, come suole avvenire, il diritto nella forza, e la colpa dove stava l'infortunio[12]. E in quel campo, l'ultimo rampollo della casa di Hohenstauffen, come Manfredi lungo il fiume Verde, trovava un'ignominiosa sepoltura

      “Sotto la guardia della grave mora.„

      Ma poco stante l'aspetto del campo fu mutato in massima parte. Re Carlo, che avea fissato la sua dimora in Napoli, e l'avea dichiarata capitale del suo reame, volse tosto le sue cure all'ampliazione ed all'abbellimento della medesima. Volle quindi che le murazioni e la porta, che dicevasi Porta nuova o del Moricino, si protraessero più verso oriente nel sito innanzi l'attuale chiesa del Carmine, lungo il descritto fiumicello, e nell'angolo della strada del Lavinaio[13]. Concedeva pure un buon tratto di suolo pubblico a tre pii francesi, i quali vi fondavano la chiesa di S. Eligio, e lo spedale pe' poveri ciechi e pe' mutilati in servigio del Re[14]. Collocava inoltre in questo sito accanto alle mura taluni pubblici edifizii, come il macello (buczaria) la panatica (panecteria) e la casa dello scaldatoio (domus scaldatorii), che era accanto al macello verso oriente, e che non saprei dire a qual uso propriamente servisse[15]. Poco tempo dopo, Re Carlo II, proseguendo l'opera del genitore, trasportava dalla contrada di Pistasi in questo sito i conciapelli, dando loro uno spazio accanto le mura verso il mare di canne 17 di lunghezza e 9 di larghezza, spazio, che aveva da un lato il nuovo Oratorio di S. Maria del Carmine ed il Lavinaio, dall'altro la via che conduceva alla spiaggia e la spiaggia stessa[16]. Contemporaneamente concedeva ampio privilegio ai Napoletani di continuare a tenere nel medesimo campo del Moricino il pubblico mercato due volte la settimana; e volendo che si fosse quel sito sempre nella stessa ampiezza e capacità conservato, prometteva che giammai nell'avvenire quel luogo o parte di esso ad alcun privato potesse esser donato o conceduto, o in qualunque altra maniera alienato e distratto[17].

      Dopo quest'epoca la piazza perdette l'antica denominazione, e prese quella di Mercato di S. Eligio, e per lo più semplicemente di Mercato, con la quale nello stesso secolo e nel seguente comparisce più volte nella storia della nostra città. Qui infatti nell'agosto del 1346, Roberto Cabano, gran Siniscalco del Regno, Raimondo Cabano ed il Conte di Terlizzi conducevansi per essere bruciati vivi in pena della morte da essi procurata ad Andrea d'Ungheria marito della Regina Giovanna I. Il supplizio era accompagnato da atti della più nefanda ed inaudita barbarie. I rei dopo essere stati tormentati con tenaglie infuocate e frustati per le principali vie della città, giunti nella piazza, chi semivivo e chi morto, venivano gittati nel fuoco. Allora il popolo accorso in gran numero all'atroce spettacolo, slanciandosi quasi tra le fiamme istesse, ne estraeva i corpi degl'infelici, e con le accette


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