La casa e la famiglia di Masaniello. Bartolommeo Capasso
vicino la strada detta de' Lanajuoli al Mercato, non lungi la fontana, e posto avevano un palco di tavole, sopra del quale salivano a rappresentare„[73]: Leggesi pure: “che in questo tavolato saliva Masaniello scalzo e vestito di tela grossa con un berrettino rosso in testa, e dava ordini e leggi„[74]. Inoltre dal Tontoli sappiamo che Masaniello reggeva il popolo sopra il trono assiso di un tavolo mercenario a caso eretto da salterini giocatori sulla corda avanti sua casa; e dal Nicolai, che dava i suoi comandi alla plebe “sopra un palco fatto da alcuni cerretani poco discosto da casa sua„[75]. Le medesime cose son pure ripetute dal Donzelli, che aggiunge aver avuto questa casa corrispondenza[76] colla strada di dietro (del Lavinajo), dal Capriata[77], dal Tarsia[78] e specialmente dal dott. Aniello della Porta, il quale riportando qualche altra particolarità, afferma che Masaniello abitava su la strada del Lavinajo, e propriamente a la sbarra di Piazza Majura, e che dava udienza nei giorni del suo potere sopra alcune tavole nell'affacciata del Mercato sotto le finestre di sua casa a piazza Majura, che per prima vi stavano certi saltatori ciarlatani[79].
Ma niun altro scrittore, tra i moltissimi editi e inediti che ho potuto riscontrare, descrive con maggior precisione il sito di questa casa quanto un tal d. Giuseppe Pollio, scrittore di non molta levatura ma assai ben informato dei fatti che narra, perchè sacerdote ed abitante dello stesso quartiere. Questo Masaniello, egli dice, teneva la sua casarella nel Mercato sopra la gabella del grano a rotolo al muro della dogana della farina, vicino la piazzetta de li lanaiuoli allo lavinaro al primo appartamento dove sono le portelle congionte; la prima a mano destra era la sua; sopra le sue finestre vi era un aquila di pittura imperiale[80] fatta da molti anni prima per abbellimento credo di quella casa da 5 palmi alta, quale vi durò per cinque anni da poi delli tumulti. et credo che fosse stata levata da nuovi padroni di quella casa. Altrove aggiunge, che sotto la finestra di Tommaso Aniello vi era un lungo intavolato, che certe persone forestiere ci facevano giochi come salti, balli, et forze dercole, et continuarono detti giochi per molti giorni prima del narrato tumulto[81].
Qualche altro particolare che riguarda pure l'interno di essa casa, ci vien somministrato da una storia Ms. di questo avvenimento, di cui io conservo una copia recente avuta già dall'amico Minieri Riccio. In essa al fol. 7 leggesi: abitava (Masaniello) a man sinistra, quando si entra al Carmine; la sua casa consisteva in una sola camera, ove si ascendeva per una portella. E più appresso al fol. 36 v.: “facendosi il signor Tomasaniello assistere da gente di confidenza attorno, diede ordine che tutta la riviera dei palagi attaccati con la sua casa, così di sopra fino al primo vicolo, come di sotto fino alla chiesa del Carmine, che si sgombrasse dalli abitatori„. Ed anche a fol. 36 aggiungesi: “concorrevano tante gente alla sua udienza per ogni affare della città et regno et teneva tanti segretarii, parenti, amici et compatri attorno che nella sua piccola camera non si potevano movere, laonde comandò che si sfabricasse un muro divisorio con la camera del fratello, et essendo ciò fatto hebbe più comodità di dar udienza per le finestre, senza partirsi di casa et hora per una finestra della camera del fratello che haveva l'uscita alla strada del Lavinaro et hora per la sua propria ascoltando tutti faceva gratie et giustitie infinite„[82].
Nè da ultimo mancano testimonianze di altra natura, che confermano quanto leggesi negli accennati scrittori su questo proposito. Chi si fa infatti a considerare il famoso quadro di Micco Spadaro, o, se pur non è suo, certamente d'altro pittore contemporaneo, quadro che ancora vedesi nel Museo Nazionale, scorge in fondo di esso dopo la cappella della Croce l'isola di case che chiude la piazza del Mercato dal lato d'oriente, ed innanzi ad essa la fontana che ho di sopra accennata; più a sinistra di chi guarda il palco, di cui discorrono gli scrittori della rivoluzione, è Masaniello in piedi sul medesimo che parla a molto popolo ivi radunato; e finalmente dietro al palco le due portelle congiunte, ed accanto un breve tratto di fabbricato, che costeggiando la piazza presenta un portoncino ed una bottega, e va a terminare al vico rotto.
Ora, comunque il lungo volger dei secoli, ed i mutamenti che la progredita civiltà, l'interesse o il genio dei proprietari ed il comodo o le necessità degl'inquilini han dovuto arrecare all'aspetto esterno ed alla distribuzione interna del descritto caseggiato, abbian potuto per avventura rendere questo in alcune sue modalità più o meno diverse da quello che era nel secolo XVII;[83] pur nondimeno non può mettersi in dubbio, che qui e propriamente o nel portoncino segnato col numero civico 177, o piuttosto nella portella che ha il numero 179,[84] ambedue a brevissima distanza dal vico rotto, dovette dimorare Tommaso Aniello d'Amalfi. La concorde autorità delle testimonianze contemporanee che ho di sopra allegate, ed oltre a queste l'attestato espresso dalle fedi parrocchiali, che notando la dimora della famiglia di Amalfi la designano sempre con l'indicazione al vico rotto, dimostrano con evidenza ed assai chiaramente la verità di quanto su tal fatto ho affermato[85].
Qui dunque, sebbene ora in qualche parte mutata, era senz'alcun dubbio la casa di Masaniello, e dalle finestre di essa, che erano assai basse[86], o dal palco vicino, egli nel suo breve imperio resse e governò Napoli con potere assoluto e quasi sovrano. Non vi era in quei giorni altro Magistrato o Tribunale nella città, non altro comando politico o militare. Gli stessi ordini del Vicerè non avevano per l'ordinario esecuzione alcuna, se Masaniello non ne avesse prescritta la osservanza colla formola che ci vien riferita dagli scrittori contemporanei[87], e che è la seguente: “Visto il presente bando d'ordine di S. E. si ordina da parte dell'Illustrissimo sig. Tommaso Aniello d'Amalfi Capitano Generale di questo fedelissimo popolo, che al sudetto bando le sia dato la debita esecuzione.„
La casa del vile pescivendolo era quindi più che il regio palazzo allora frequentata. Nobili e plebei, religiosi e cavalieri, cittadini e regnicoli, chi per necessità chi per curiosità, tutti accorrevano numerosi sotto le finestre di questa casa per loro negozii, o per vedere cogli occhi proprii il fatto stranissimo e singolare. E qui nel 10 luglio del 1647 il generale delle galee del Regno, Giannettino Doria, appena giunto nel golfo spediva un suo gentiluomo da Masaniello, perchè “Sua Sig.ª Illustrissima divisasse il modo, col quale esso Doria si dovesse governare;„ e qui l'arcivescovo di S.ª Severina volendo partire da Napoli mandava parimente, come molti altri signori per lo stesso oggetto, a ricercare prima il di lui beneplacito. Anche il cardinale Trivulzio[88], che andava vicerè a Palermo, ed allora trovavasi di passaggio in Napoli, insinuato dal Duca d'Arcos si portò qui un giorno a visitar Masaniello, il quale è fama che lo ricevesse dicendo: la visita di Vostra Eminenza benchè tarda pure ci è cara[89].
Qui seduto sul davanzale della finestra con le gambe penzoloni al di fuori, senza scarpe e senza calze il capitan generale del popolo, arbitro della vita e della morte, con una daga o un moschetto tra le mani, dava ordini, spediva provvigioni, e disbrigava gl'innumerevoli memoriali, che sulla punta delle canne o delle picche dalla strada gli si presentavano[90]. Nè deliberava soltanto sulla polizia, o sull'annona della città, sulle armi e sulle milizie, sulla giustizia civile e criminale e su quanto i 37 tribunali e magistrati, che allora erano in Napoli, la loro giurisdizione estendevano. Egli intendeva puranche riformare i costumi, regolare gli Ecclesiastici con strettissima disciplina, maritar tutte le donne di partito, e castigar di morte gli adulteri[91]. E negli ordini suoi, nelle disposizioni che dava, se non vuolsi ricusare la testimonianza di un uomo competente e che molto da vicino ebbe a trattarlo, voglio dire il Cardinale Filomarino, testimonianza che è pure confermata dagli scrittori contemporanei tanto napoletani che stranieri, è indubitato che il povero pescivendolo si comportò sul principio con grandissima prudenza, giudizio e moderazione, e che anco senza consulto d'alcuno nei primi giorni dette perfettissimi ordini di buon governo, e dimostrò grandissimo animo, spirito e sapere[92]. Ed era pure meravigliosa cosa notare con quanta prontezza e con che cieca obbedienza i suoi ordini, anzi i suoi cenni, erano eseguiti. Una leggiera fregatina di collo fatta coll'indice della mano era sentenza del tagliamento del capo; il pollice uncinato e premente il disotto della mascella era più sentenza che indizio di forca. In somma quel misero plebeo, era divenuto, come il cardinal Filomarino, che ebbe a trattarlo continuamente, scrive al Papa: un Re in questa Città, ed il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo[93].
Fu in questa casa che nella notte del 10 luglio si deliberava delle sorti della città e del regno tutto, e si gettavano le basi delle capitolazioni, poi lette pubblicamente sul tavolato della piazza e nella chiesa del Carmine, ed indi giurate dal Vicerè nel Duomo. Principal