La casa e la famiglia di Masaniello. Bartolommeo Capasso

La casa e la famiglia di Masaniello - Bartolommeo Capasso


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nel fuoco. Nè contenti di ciò alcuni artigiani dalle ossa formarono poscia dadi e manichi di coltello, secondo che ci attestano alcuni scrittori contemporanei[18]. La vecchia Filippa Catanese, che i Napoletani volgarmente chiamavano la mastressa (mastrissa, magistressa) non perchè, come dice il Villani (L. XII, c. 52), fosse la maestra della Regina, ma perchè intrigando dominava in Corte, pure condannata allo stesso supplizio era preventivamente morta nelle carceri[19]. Qui pure nel 1348 Landulfo e messer Giacomo della Polla presi da Ludovico re d'Ungheria, che era venuto a vendicare la morte di suo fratello Andrea, erano impiccati per la gola, come rei d'aver consentito allo stesso delitto[20]. E pare che in quel tempo le mura della città nel medesimo sito fossero cadute o abbattute, perchè gli Ungari, qualche anno dopo, ritornati in Napoli, combattendo cogli uomini d'arme del secondo marito di Giovanna, entrarono senz'alcun intoppo nel Mercato, e saccheggiarono le botteghe della bucceria, che stavano appresso delo dicto mercato[21].

      Nel secolo seguente qui, e propriamente nell'orto di Agostino Bonsani o Bongiani, ricco mercante fiorentino, la Regina Giovanna II, invitata alle nozze della figliuola di lui, veniva un giorno a convito. Era allora il 13 settembre 1416. Moltissima gente del popolo e parecchi nobili, che si erano già prima indettati sul da farsi, ingombravano il Mercato e le vie circostanti. Dopo pranzo la Regina si affacciò alla moltitudine, che gridava: Viva Madamma la Regina, e dicendo: Signori per Dio non me abbandonate, nè fatime trattar così da mio marito, non mi abbandonate, eccitò tutti a por mano alle armi. Allora messer Ottino Caracciolo ed i fratelli, che erano i capi della congiura, presero Giovanna in mezzo, e non facendola ritornare al Castel nuovo, dove era suo marito, per la via de lo Pendino de S. Augustino la condussero al palazzo arcivescovile, e di là nel giorno seguente al castello di Capuana. Così essa ripigliò l'autorità ed il comando, che Giacomo della Marca dopo il matrimonio si aveva appropriato[22].

      La piazza aveva allora poche abitazioni. A settentrione, oltre l'orto del Bongiani, di cui abbiamo parlato, vi erano parecchi altri giardini, e tra essi quello principalmente di Diomede Carafa, conte di Maddaloni[23], di cui resta tuttora memoria nel nome di Orto del Conte, in alcuni vicoli ivi posti. Nelle fazioni, che indi seguirono in Napoli per le contese tra la stessa Regina Giovanna ed Alfonso d'Aragona, costui dopo che ebbe inutilmente tentato d'impadronirsi di Castel Capuano, ove la regina dimorava, qui come in luogo ampio e spazioso[24] ridusse le sue schiere Catalane, evitando le anguste e tortuose vie della città, nelle quali avrebbe potuto essere facilmente oppresso dai Durazzeschi, che in Napoli erano molti e prendevano le parti della regina.

      Ma verso la fine del secolo, per l'incremento continuo e progressivo della popolazione, il recinto angioino si allargava anche dippiù, ed il muro della città fu inoltrato più in là, dove fino a tempi nostri abbiam potuto e possiamo ancora osservarne le vestigia. A 15 giugno 1484 re Ferrante I d'Aragona con gran solennità iniziava questa nuova murazione, gettando alcune monete d'oro per memoria nelle fondamenta di essa, e ponendo un palo per segno della nuova ampliazione dietro la chiesa del Carmine[25]. Così sparivano a poco a poco gli orti e i giardini, che nella contrada esistevano, e si mutavano in numerose case ed abitazioni, le quali, dopo che i nobili ed i ricchi preferirono di portare la loro dimora nella parte occidentale della città, quando ivi sursero la novella via di Toledo ed il regio palazzo, furono ordinariamente lasciate agli artigiani ed alla infima plebe.

      La piazza verso la meta del secolo XVII, allorché fu il teatro di uno dei più memorabili e singolari avvenimenti che ci ricordi la storia, presentava, specialmente per gli usi e pei costumi del popolo di quel tempo, un aspetto assai diverso dal presente. Essa, senza comprendervi lo spazio innanzi al Carmine, aveva la estensione di più di 12 moggia e quarte due dell'antica misura napoletana[26]. Lungo la linea dei fabbricati girava intorno una via, che dalle selci vesuviane, ond'era costruita, veniva volgarmente chiamata l'inseliciato[27]. Il resto della piazza era semplicemente in terreno battuto, ed era in molte parti sozzo, dove da piccoli pantanetti di acqua, dove da pozzanghere e da mucchi di lordure, in cui a loro posta s'avvoltolavano i porci in gran numero, che allora potevano impunemente vagare per la città. Le case per lo più irregolari avevano le finestre con le gelosie e senza invetriate o con le impannate spezzate in croce e chiuse, invece di vetri che era piuttosto un lusso, con tele incerate[28]. Pochi erano i veroni, e tutti con parapetti di fabbrica, o con ringhiere di legname. Una tettoia fissa, ordinariamente di tavole impegolate, talvolta anche in fabbrica, sporgeva per lo più sulle botteghe, e col permesso del Portolano, magistrato municipale, dove più dove meno, si allungava fino a palmi nove e mezzo. Anche le cacciate o le mostre al di sotto potevano avere uno sporto simile, dove i bottegai usavano esporre le loro robe e le cose commestibili, di cui facevan commercio, e gli artigiani lavorare riparati dal sole e dalla pioggia[29]. Ai venditori di grascia e di pane, che chiamavansi volgarmente suggici[30] perchè soggetti alla giurisdizione del Giustiziere e del Tribunale di S. Lorenzo, era prescritto dagli ordinamenti municipali che dovessero tenere attaccata ad un'asta o sospesa alla porta, una tabella coll'assisa o tariffa dei viveri, secondo che era stata da quelli già determinata[31]. Una sudicia bandiera o una grossa frasca era poi l'insegna delle osterie, e tra queste sappiamo essere allora la più famosa la taverna de' galli[32]. È ricordato dalla storia come alcune di queste insegne fossero le prime bandiere usate dai lazzari, e come uno de' primi atti di Masaniello fosse stato l'aver tolto via dalle botteghe le assise che vi erano, allora per i molti dazii gravissime, e l'avervi indi sostituite le altre rifatte con prezzi più miti dal principe della Rocca, nuovo Grassiere, e da Francescantonio Arpaia, nuovo Eletto del popolo. Sopra taluna di queste botteghe di grascia[33] vedevansi inoltre dipinte le armi di qualche nobile e potente famiglia, o di qualche regio ministro, il quale occupava uffizii superiori ed importanti. Era questa una salvaguardia, onde potere a propria voglia rubare ed angariare il popolo minuto, e con essa senza timore alcuno bravare i ministri di giustizia ed i grascini, che avessero voluto fare il proprio dovere. Ben le leggi di quando in quando provvedevano a vietare un tale abuso, ma esse eran per lo più impotenti a reprimerlo. Imperocché nè i bandi municipali, nè un severissimo ordine del vicerè Duca d'Ossuna, col quale minacciavasi la galera a chi vi contravvenisse, ebbero per moltissimi anni effetto alcuno[34]. L'interesse de' venditori, l'orgoglio dei nobili e la stessa legge che accordava espressamente il privilegio del monopolio e della esenzione a coloro che fornivano di viveri la casa viceregnale e le milizie, contribuivano a far sempre più attecchire questa costumanza invece di estirparla.

      Noi uomini del secolo XIX, avvezzi dopo le conquiste della rivoluzione francese all'uguaglianza di tutt'i cittadini in faccia alla legge ed ai procedimenti regolari ed uniformi nei giudizii civili e criminali, non possiamo comprendere gli ostacoli, che allora incontrava l'amministrazione della giustizia, e com'essa, anche quando eseguivasi, divenisse spesso arbitraria ed ingiusta. Privilegi locali e personali, immunità ecclesiastiche, feudali o municipali, ed altre cause di violenza o di corruzione, garantivano da una parte la impunità dei delitti; dall'altra le leggi stesse, non determinando la pena dovuta ai reati, e rimettendola ordinariamente all'arbitrio del vicerè o del magistrato, erano non rare volte ingiuste ed oppressive, ed in taluni casi anche un mezzo di basse e prepotenti vendette. Chi infatti allora si affacciava in sulla piazza del Mercato vedeva tosto sorgere quasi in mezzo di essa una trave con la corda per la pena dei minori reati, non che un talamo fisso ed una forca stabilmente eretta pel supplizio dei nobili e degl'ignobili colpevoli di più gravi delitti[35].

      Ma nello stesso tempo dal vestibolo della chiesa del Carmine, il bandito Domenico Perrone ed i suoi compagni nel giugno del 1647 potevano guardar sorridendo quegli strumenti di tortura e di morte, ed in quel sacro recinto sfidare orgogliosamente tutt'i birri della G. Corte della Vicaria, che per colà dinanzi passavano. Così, il dritto di asilo, rimedio opportunamente introdotto dai Canoni nelle società barbare per aiuto del debole contro il potente, era allora per la malvagità degli uomini divenuto mezzo ai colpevoli per eludere le leggi e fonte non certo lodevole di ricchezza per i monasteri e le chiese[36].

      La piazza, e forse più verso il lato occidentale, si vedeva allora in buona parte ingombra da molte baracche di legno, ove pure esercitavansi le piccole arti ed il minuto commercio delle civaie e di altre robe comestibili, ed ove, sia per custodia delle loro merci, sia per non avere più comodo abituro, dimoravano puranche moltissimi del popolo, che a quei mestieri intendevano. Quarantacinque anni dopo in una Situazione fatta dal Portolano della città se ne numeravano fino a


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